Conversione del permesso: il parere non è decisivo e l’integrazione non è sempre richiesta Benvenuti a un nuovo episodio del podcast Diritto dell’Immigrazione. Io sono l’avvocato Fabio Loscerbo. Oggi analizziamo una sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, sezione prima ter, pubblicata il 23 febbraio 2026, relativa al ricorso iscritto a ruolo generale numero 4952 del 2025. La decisione affronta un tema molto concreto e, diciamolo chiaramente, spesso gestito male dalle Questure: la conversione del permesso di soggiorno per minore età in permesso per lavoro. Il caso riguarda un giovane straniero al quale era stata negata la conversione del titolo di soggiorno perché – secondo la Questura – non risultava inserito in un progetto di integrazione sociale per almeno due anni e mancava il parere previsto dall’articolo 32 del Testo Unico Immigrazione. Il Tribunale interviene in modo netto e mette ordine. Primo punto: non esiste un unico percorso per ottenere la conversione. La legge prevede due ipotesi distinte. Da un lato, quella dei minori affidati o sottoposti a tutela; dall’altro, quella dei minori inseriti in un progetto di integrazione sociale e civile per almeno due anni. Ed è proprio qui che emerge l’errore dell’Amministrazione: ha applicato il requisito dei due anni di integrazione anche a un caso in cui non era richiesto. Secondo punto, ancora più rilevante sul piano pratico: il parere del Comitato per i minori stranieri è sì obbligatorio, ma non è vincolante. E soprattutto, non può diventare un ostacolo automatico al rilascio del permesso. Il TAR lo chiarisce espressamente: il ritardo o la mancata acquisizione del parere non è imputabile allo straniero e, anzi, è l’Amministrazione che ha il dovere di acquisirlo d’ufficio, nell’ambito del procedimento amministrativo. Nel caso concreto, il ricorrente aveva anche dimostrato un percorso reale di integrazione, con attività lavorativa regolarmente denunciata e documentazione aggiornata. Nonostante questo, la Questura aveva adottato un diniego fondato su presupposti giuridicamente errati. Ed è proprio questo il passaggio più importante della sentenza: il diritto dell’immigrazione non può essere ridotto a una lettura rigida e burocratica delle norme. L’Amministrazione deve valutare concretamente la posizione dello straniero, esercitando il proprio potere in modo ragionevole e proporzionato. Il Tribunale, infatti, accoglie il ricorso, annulla il provvedimento di diniego e impone all’Amministrazione di riesaminare la posizione, acquisendo d’ufficio il parere e verificando i presupposti per il rilascio del titolo di soggiorno, anche eventualmente in una forma diversa. Questa decisione è importante perché riafferma un principio fondamentale: non è lo straniero a dover subire le inefficienze del procedimento amministrativo. È l’Amministrazione che deve far funzionare il procedimento, nel rispetto della legge. E quando questo non avviene, il giudice interviene. Grazie per aver ascoltato questo episodio del podcast Diritto dell’Immigrazione. A presto.
Questo episodio include contenuti generati dall’IA.
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